Finiture Green

Appunti sul metamerismo

Massimo Duroni

La lezione di Tornquist architetto e dei suoi progetti che ancora oggi fanno scuola.

Nel mio percorso di studi sono stato molto fortunato. Nessun merito, solo sano opportunismo. Tra i tanti nomi che ho avuto l’onore di conoscere come insegnanti c’è stato quello di Jorrit Tornquist (fig 1). Allora ero molto giovane e non conoscevo ancora lui, Manzini, Munari, Anceschi, Maldonado, Castiglioni, Mari ed altri ancora ma in seguito queste icone avrebbero segnato la mia vita, umana e professionale, in modo indelebile.
L’occasione fu un corso della Regione Lombardia: “Esperto in Morfologia-Cromatologia, applicata all’Arredamento”. Partecipai, fui selezionato ed insieme ad un gruppo di una quindicina di ragazzini poco meno che ventenni mi immersi per alcuni mesi otto ore al giorno in un modo differente di fare scuola. Tutti i docenti erano professionisti di fama riconosciuta. Peccato per la mia giovane età, apprezzai, sicuramente non abbastanza, anche se un po’ oggi me ne dispiaccio ma così fu.
Oggi mi trovo a scrivere un pezzo su Tornquist architetto, non meno importante del pittore ma, per quanto mi riguarda, più interessante. Vorrei fissare alcuni cenni di lezioni che ricordo ancora con ammirazione e che hanno dato spunto a decine e decine di altre mie conferenze sul colore. Il suo approccio al colore era decisamente connesso alla nostra indole animale. Ci spiegò come il colore fosse da sempre uno strumento di comunicazione e gli uomini, come gli animali, ne fossero fortemente condizionati.
Non esiste un colore buono o cattivo, né l’idea che un colore dia una percezione oppure un’altra. In realtà il vero risultato gestaltico si ottiene con il dialogo tra più colori, giocando con la saturazione e l’abbinamento sinestetico alle altre percezioni. Cosa significa che il rosso trasmette passione? Quale rosso? Quello unito al bianco o al nero o quello vivido ed acceso del sangue? Su una superficie liscia come il laminato oppure scabra come un mattone? Che profumo ha il rosso? Ricordo una diapositiva (allora si usava così) che mostrava un sorriso di donna in primo piano, labbra rosso fuoco e denti perfetti e bianchissimi (fig. 2). La percezione era positiva, trasmetteva allegria e spensieratezza. Nella slide successiva commenta “e così? Lo stesso sorriso cosa vi trasmette?” Era un concerto di sorrisi a 32 denti, la stessa immagine riproposta a collage in decine di sorrisi. Inquietante, aggressiva, terribile (fig. 3).
Ci parlò dei colori metamerici, mai sentiti prima! Colori che cambiano a seconda della qualità di luce e non solo dell’angolo di incidenza. In pratica una sommatoria di sostanze che reagiscono in maniera dinamica se illuminate con tipologie di luci differenti. In quegli anni non aveva ancora realizzato la ciminiera facilmente individuabile a fianco della autostrada A4 a Brescia (fig. 4) ma ci parlò, se ben ricordo, di alcune difficilissime scelte metameriche dell’Alfa Romeo (fig. 5) oggi facilmente replicabili con la tecnica del wrapping. Il termovalorizzatore fu uno splendido esempio di mimetismo industriale ben riuscito. Ogni volta che passo vicino non solo si mimetizza con il colore del cielo del momento ma diventa un obelisco riflettente e un po’ malinconico, forse desueto, della follia del nostro mondo. Un mondo che continua a bruciare e bruciarsi quasi senza rendersene conto. Non so se questa idea l’avesse sfiorato in tempi in cui bruciare non sembrava essere un crimine ma certamente il suo lavoro è diventato un’icona anche per chi non conosce la sua opera.
Il cambiamento è l’unica certezza che abbiamo. Tutto cambia, nulla si distrugge. Un po’ filosofico o fisico o religioso ma cos’è che comunica maggiormente la mutazione? La superficie. È lì che si infrange la luce e rivela le qualità sottese dell’oggetto delle nostre attenzioni. Ogni forma un significato, ogni significato una superficie e così ogni colore ma con i metamerici non funziona. Sono loro a dettare il cambiamento e persino la forma in un gioco di luci, mimetismi e riflessi. È così che la ciminiera di Tornquist, pur se realizzata con colori tradizionali, riprende lo stesso concetto semplicemente giocando in un dinamismo in torsione con la sfumatura da blu a grigio capovolta ad ogni lato, non si nasconde dietro uno specchio riflettente, pericoloso per gli uccelli e per gli automobilisti ma vive di vita propria dall’alba al tramonto in una danza di colori e imitazioni delle nuvole e del cielo bresciano. Senza volerlo, forse, ci ha regalato un nuovo modo per vedere il cielo sopra Brescia.

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