Sebbene le sue radici professionali affondino nel design, Maurizio Ori considera quell’esperienza iniziale determinante. In giovane età ha lavorato come assistente di un importante progettista, in un periodo in cui quest’ultimo era impegnato in una collaborazione con una delle figure più influenti dell’architettura contemporanea. Spinto dal desiderio di esplorare nuove direzioni, si è progressivamente avvicinato al tema del paesaggio, ambito che ha sempre suscitato il suo interesse, segnando l’inizio di una fase nuova, orientata verso una progettazione integrata che oggi abbraccia paesaggio, energia e architettura. Questi tre ambiti si configurano come campi interconnessi, che dialogano tra loro e arricchiscono il suo approccio progettuale.

Abbiamo incontrato Maurizio Ori nel suo studio di Cremona, ospitato all’interno di un elegante palazzo storico. Conosciuto per il suo lavoro nell’ambito della progettazione del paesaggio, Ori ha maturato un’esperienza poliedrica che lo ha portato a sviluppare un metodo progettuale capace di integrare architettura e paesaggio in modo coerente. In questo approccio, la scelta dei materiali e dei colori assume un ruolo fondamentale. Gli abbiamo chiesto come è arrivato a interessarsi soprattutto di paesaggio.
«Dopo la laurea – spiega Maurizio Ori – ho iniziato a lavorare nello studio di Angelo Mangiarotti. Successivamente sono passato a un’industria specializzata nella produzione di mobili da giardino, dove ho trascorso alcuni anni occupandomi di design industriale.
A un certo punto, però, ho sentito il bisogno di cambiare. Mi sono avvicinato al tema del paesaggio, che mi ha sempre interessato profondamente. Da lì è nata una nuova fase del mio percorso, più legata alla progettazione integrata. Oggi, infatti, ci occupiamo di paesaggio, energia e architettura: tre ambiti che si intrecciano e si arricchiscono a vicenda nel nostro lavoro.
Il paesaggio e l’architettura, in particolare, sono diventati elementi complementari nel mio approccio progettuale. Quella del design è stata comunque un’esperienza fondamentale. Ricordo con piacere quando, da giovane, ho fatto l’assistente di Marco Zanuso».
In quegli anni mi fu proposto di entrare in un’industria situata nel mantovano, specializzata nella produzione di moduli per mobili da giardino. Accettai l’offerta e rimasi lì per circa un anno e mezzo.
Lavoravo direttamente nella produzione, occupandomi di design per mobili pieghevoli. Mi piaceva molto osservare da vicino i processi produttivi: è un aspetto che mi ha sempre affascinato.
Nonostante fossi giovane, avevo 27 anni, mi ritrovai a gestire un team composto da 5-10 persone, tra cui anche figure con molta più esperienza di me. Avevo la responsabilità dell’ufficio tecnico e da quell’esperienza ho imparato moltissimo.
A un certo punto ho sentito la necessità di cambiare direzione e tornare a ciò che veramente mi interessava: il paesaggio. Ho ripreso da lì, da quell’ambito che mi appassiona e che sento profondamente mio. La mia formazione nasce nel design, ma per anni ho lavorato come consulente nei grandi studi italiani che si occupano di architettura, seguendo per loro tutta la parte paesaggistica nei concorsi internazionali e nei loro interventi di architettura. Era una vera e propria specializzazione, che ho coltivato con dedizione.
Tuttavia, ciò che mi ha sempre guidato è stata la mia cultura di origine: quella della conservazione. Provengo da quel mondo. Ho lavorato con il WWF, ho interiorizzato i valori della tutela ambientale e conosco a fondo queste tematiche. Per me il paesaggio è sempre stato un progetto, ma all’inizio lo trattavo in anticipo sui tempi, fornendo servizi specialistici all’interno di commesse di rilievo.
Essendo anche architetto, ho sempre avuto una visione del paesaggio legata all’analisi storico-culturale: un approccio che va oltre l’aspetto tecnico e tiene conto dell’identità e della memoria dei luoghi. È stato quindi naturale, a un certo punto, fare un passo indietro – o meglio, un passo verso le mie radici – per ricominciare da ciò che sentivo autentico e necessario.
Avendo anche una formazione architettonica, il nostro approccio al paesaggio non si è mai limitato a una visione di dettaglio, come può essere nel garden design. La nostra è una visione “strutturale” del paesaggio, che deriva direttamente dalla nostra originaria formazione di tutela ambientale, ecologica e architettonica.
Grazie a queste esperienze ho avuto l’occasione di cominciare a dedicarmi in prima persona allo sviluppo di progetti di inserimento nel paesaggio di architetture di servizio, soprattutto in Toscana e sul Lago di Garda.
È stato in questo contesto che è nato anche il filone legato all’architettura vera e propria, soprattutto per spazi di servizio connessi alla produzione energetica. Un tema molto specifico e delicato, che richiede grande attenzione all’inserimento paesaggistico. Non si tratta di architetture tradizionali, ma di oggetti complessi, spesso tecnici, che devono dialogare con il territorio in modo consapevole.
Questa esperienza è diventata per noi un piccolo laboratorio progettuale, dove si intrecciano paesaggio, architettura e sostenibilità. È qui che abbiamo potuto mettere in campo tutte le competenze maturate negli anni, anticipando anche tendenze oggi sempre più centrali nel dibattito sul territorio.
Oggi c’è una certa riconoscibilità professionale, anche se in Italia è ancora limitata rispetto ad altri paesi. All’estero il nostro lavoro viene valorizzato molto di più, anche economicamente. Qui, invece, l’architettura è ancora considerata il centro esclusivo del progetto, e il paesaggio è considerato “accessorio”, spesso in maniera decorativa e non strutturale.
Invece, noi abbiamo scelto una strada diversa. Lavoriamo con aziende con cui abbiamo sviluppato progetti in cui il paesaggio non è un accessorio, ma parte integrante della strategia industriale. Un esempio concreto è il progetto per una centrale geotermica sul Monte Amiata. Un “approccio” complesso, dove oltre all’infrastruttura ingegneristica abbiamo curato i materiali, le tonalità, il linguaggio architettonico e soprattutto l’integrazione con il contesto paesaggistico di tipo forestale-ambientale.
Nel progetto della centrale, l’obiettivo principale è stato quello di integrare l’impianto industriale nel paesaggio, non solo mitigandone l’impatto, ma rendendolo parte del contesto, in dialogo con la storia, la cultura e la percezione locale del territorio.
Uno degli interventi più significativi è stato il trattamento del camino dell’impianto, un elemento visivamente dominante. Per questo abbiamo optato per una copertura in ceramica che possa reinterpretare i motivi e i colori delle robbiane – le celebri ceramiche invetriate di Andrea della Robbia – fortemente radicate nella tradizione artistica toscana. Questo riferimento non è decorativo, ma culturale: è un modo per stabilire un legame diretto con l’identità del luogo, attraverso un linguaggio familiare e riconoscibile.
Accanto a questo, l’utilizzo di materiali industriali a vista – acciaio, cemento, grigliati – non viene nascosto, ma riletto in chiave progettuale, assumendo un ruolo attivo nella composizione architettonica. L’impianto è stato “vestito” con un processo coerente, che tiene insieme tecnologia, memoria e paesaggio.
Il paesaggio circostante non è trattato come un semplice contorno verde, ma come parte integrante del progetto. Le radure, la vegetazione e i percorsi sono pensati per accompagnare l’infrastruttura, creando transizioni graduali tra l’impianto e il contesto naturale. Il verde, in questo senso, diventa una superficie progettata, capace di generare senso e qualità spaziale.
Un altro elemento fondamentale è stato il coinvolgimento della comunità. Abbiamo previsto uno spazio di condivisione destinato agli abitanti del luogo: un ambiente dove si tengono riunioni, incontri, momenti pubblici. Questo luogo assume un valore simbolico e sociale, diventando una forma di restituzione e compensazione, ma anche di riconoscimento reciproco tra tecnologia e cittadinanza.
Tutto nasce da un’analisi storico-culturale del territorio: è da lì che derivano le scelte materiche, cromatiche e spaziali. Il progetto cerca sempre un punto di connessione tra tradizione e contemporaneità, perché senza questo legame profondo con il territorio, il paesaggio rischia di essere un puro artificio.
Questa esperienza ci ha confermato che le grandi aziende energetiche hanno bisogno di progetti completi, dove paesaggio e architettura lavorano insieme. Per questo il nostro approccio è trasversale: affrontiamo l’architettura come un’estensione del paesaggio, curando le relazioni tra gli spazi, i volumi e l’ambiente.
Abbiamo costruito una struttura solida, investendo in risorse e competenze interne, proprio per garantire qualità e coerenza in ogni fase del progetto. In un settore così delicato, come quello dell’energia, il paesaggio non può essere un’aggiunta: è una componente fondamentale.
Il progetto nasce in un’area di margine, tra zona industriale e paesaggio agricolo-golenale. L’idea è stata quella di lavorare in continuità con il contesto esistente, utilizzando materiali e linguaggi propri dell’ambiente industriale: acciaio zincato, alluminio verniciato, tonalità metalliche. Tuttavia, abbiamo scelto una tipologia architettonica volutamente in contrasto con l’intorno, quella del padiglione, per sottolineare la funzione rappresentativa dell’edificio e il suo ruolo pubblico. Abbiamo cercato di rimandare all’elemento acqua scegliendo, sia per l’esterno che per l’interno, colori neutri e evocativi, come il grigio e l’azzurro.
All’interno, gli spazi sono stati pensati per ottimizzare le attività di laboratorio e i percorsi di utenti e visitatori. All’esterno abbiamo realizzato un giardino didattico con un’aula all’aperto, destinata alla sensibilizzazione delle scuole sul tema dell’acqua. Le ampie vetrate permettono al paesaggio industriale da una parte e storico dall’altra di entrare negli spazi interni, ma anche all’edificio di mostrarsi all’esterno come luogo trasparente, aperto, che racconta il servizio fondamentale che qui si svolge per la comunità.