Finiture Green

La facciata che cambia con lo sguardo: luce, colore ed effetto moiré in un progetto di architettura industriale

Patricia Malavolti

La riqualificazione di comparti industriali, con particolare attenzione alle prestazioni energetiche e alla qualità dell’immagine architettonica, rappresenta uno degli ambiti di intervento più affini alla ricerca progettuale di Emma Scolari, architetto con studio a Casalpusterlengo, in provincia di Lodi. Nel suo più recente progetto, il cui avvio di cantiere è previsto nel 2026, l’architetto ha reinterpretato un complesso industriale farmaceutico attraverso un uso calibrato della luce e del colore, sfruttando la tecnologia Cromatica Marcegaglia di stampa digitale sull’acciaio, trasformandone identità e percezione.

Incontriamo Emma Scolari nel suo studio di Casalpusterlengo, in provincia di Lodi, per approfondire il suo nuovo intervento di riqualificazione della sede Farmabios, in provincia di Pavia. Il progetto interessa la sede direzionale, ospitata in un edificio di scala contenuta, e il grande capannone produttivo adiacente, letti come un unico organismo architettonico. La visione progettuale di Emma Scolari si distingue per un approccio originale e consapevole, in cui luce e colore diventano strumenti fondanti di progetto, capaci di orientare le scelte spaziali e definire una nuova identità per l’insieme.
«I committenti – spiega Emma Scolari – avevano la necessità di dare una nuova identità a tutto il comparto: un’azienda che cresce a livello internazionale non poteva rimanere anonima all’interno di un’area produttiva senza qualità. Queste occasioni progettuali sono particolarmente stimolanti perché consentono di recuperare e rigenerare intere porzioni di territorio. Da alcuni anni mi capita con una certa continuità di lavorare su interventi di questo tipo: la trasformazione di complessi industriali non è per me un tema nuovo, soprattutto quando l’operazione si concentra sulle facciate, che diventano il principale strumento di ridefinizione dell’immagine aziendale».
«L’obiettivo – spiega Emma Scolari – è intervenire senza ricorrere a demolizioni superflue, evitando la logica della distruzione e ricostruzione. Preferisco lavorare per stratificazioni, applicando nuove “pelli” architettoniche capaci di essere traslucide o trasparenti. In questo progetto, ad esempio, l’involucro diventa quasi completamente permeabile alla vista grazie all’utilizzo di lavorazioni come il taglio laser, che permettono di mantenere una relazione visiva tra interno ed esterno, trasformando l’edificio in un elemento comunicativo oltre che funzionale».
«Nel concepire l’effetto ottico delle facciate, ho fatto riferimento all’effetto moiré, inteso come strumento progettuale capace di generare una percezione dinamica e mutevole della superficie. L’aspetto più interessante del progetto risiede proprio nell’aver sfruttato le potenzialità congiunte della forma e della decorazione applicata all’involucro, trasformando la superficie in un elemento capace di cambiare nel tempo e nello spazio».
La variazione percettiva è affidata principalmente al gioco delle ombre: attraverso la sovrapposizione di linee regolari e apparentemente semplici, si innesca un effetto visivo complesso, che restituisce un’immagine vibrante e in continua trasformazione. Si tratta di linee rette sovrapposte che, pur nella loro geometria rigorosa, producono un risultato sorprendentemente organico, quasi naturale, richiamando dinamiche visive presenti in natura e traducendole in un linguaggio architettonico contemporaneo.
Lo spazio dell’arrivo diventa un punto chiave del progetto e richiede un trattamento specifico: l’introduzione delle lamelle risponde non solo a un’esigenza funzionale, ma anche alla volontà di interferire consapevolmente con il disegno delle linee. Le ombre generate da questi elementi si sovrappongono alle trame della facciata, intensificando l’effetto percettivo e rendendo la visione ancora più stratificata e coinvolgente.
Il colore assume inoltre un ruolo orientativo e comunicativo: una cromia accompagna l’ingresso, un’altra caratterizza l’uscita, trasformando la facciata in un vero e proprio dispositivo di segnaletica architettonica. Le lamelle, pur mantenendo una geometria rigorosa e lineare, sono semplicemente tagliate e non deformate; è proprio questo taglio a generare ombre che si trasformano in riflessi, modificando profondamente la percezione della superficie.
La variazione cromatica e la diversa risposta visiva al mutare del punto di osservazione introducono un ulteriore livello di complessità: basta spostare lo sguardo perché l’effetto cambi, coinvolgendo la visione binoculare e alterando la lettura complessiva della facciata. Si tratta di un effetto apparentemente semplice, ma ottenuto attraverso un ragionamento progettuale articolato e tridimensionale, in cui ogni scelta è stata calibrata con precisione.
La definizione del taglio delle lamelle, della loro sporgenza e dei diversi piani è stata determinante per controllare la qualità e l’intensità dell’ombra. Gli sbalzi, che variano sensibilmente nelle dimensioni, generano una tridimensionalità evidente e producono ombre profondamente diverse nel corso della giornata. Ne risulta una facciata dinamica, capace di mutare continuamente pur restando fisicamente immobile: è la luce solare, nel suo movimento, a trasformarne costantemente l’aspetto.
Il progetto si sviluppa a partire da una grafica rigorosa, ma semplice, costruita su un sistema di linee parallele, leggermente disassate, pensate come matrice generativa dell’intera facciata. «La scoperta di Cromatica e della possibilità di stampare direttamente sul coil una grafica progettata in ogni dettaglio ha rappresentato per me l’occasione decisiva per dare forma a questo progetto – spiega l’architetto.
Le cromie accompagnano e rafforzano questa struttura: da un lato prevalgono le tonalità del blu, dall’altro quelle del verde, in una gradazione controllata che contribuisce a orientare e distinguere le diverse parti dell’edificio.
La grafica nasce come elemento bidimensionale, ma viene concepita fin dall’inizio come qualcosa di instabile e percettivamente mutevole. Le linee, pur essendo rette e apparentemente semplici, sono studiate per reagire al movimento dell’osservatore: basta uno spostamento dello sguardo perché la percezione cambi, generando quell’effetto moiré che diventa il cuore del progetto. «Ho lavorato molto su questo aspetto – racconta l’architetto – per capire fino a che punto una minima variazione potesse alterare la lettura complessiva».
Si tratta di un fenomeno che appartiene alla percezione visiva: l’incrocio e la sovrapposizione delle linee producono effetti che non sono realmente presenti nella materia, ma nascono nell’occhio di chi osserva. Un principio affine a quello della luce e del colore, dove la percezione si modifica per compensazione visiva. In questo caso, però, l’“errore” percettivo non è un limite, ma diventa un valore progettuale, intenzionalmente ricercato. «Qui l’effetto non va corretto, va governato» – sottolinea l’architetto.
La tridimensionalità delle lamelle accentua ulteriormente questa dinamica. Gli elementi emergono dalla facciata con sporgenze variabili, studiati in modo che la luce solare produca ombre di lunghezza e intensità diverse nel corso della giornata. «Abbiamo calibrato ogni dimensione – spiega – perché anche pochi centimetri cambiano radicalmente l’ombra e, di conseguenza, la percezione del colore». L’ombra proiettata dalle linee scure altera infatti la cromia sottostante, amplificando la sensazione di movimento e instabilità visiva.
Ne risulta una facciata che non si limita a rivestire l’edificio, ma diventa un vero dispositivo percettivo, frutto di uno studio approfondito tra grafica, tridimensionalità, luce e colore. Un sistema complesso, costruito con elementi semplici, capace di trasformarsi continuamente senza mai perdere coerenza formale.