Gli architetti e i designer della mia generazione – i “baby-boomers” – sono cresciuti pensando che la forma degli oggetti fosse strettamente correlata alla funzione, in un rapporto di totale e reciproca interconnessione che quasi non considerava altri fattori.

Sostenibilità, ergonomia, utilizzo, tutto si è sempre rapportato con questi due concetti, forma e funzione. Nei settori dove l’aspetto dato dal colore è sempre stato il principale elemento di indagine – ad esempio la moda oppure la grafica – invece, l’analisi delle tendenze e gli aspetti percettivi hanno avuto da sempre un ruolo fondamentale. È solo negli ultimi anni che si è cercato di approfondire in modo organico e generale i complessi aspetti del “color design” in considerazione della tecnologia, mettendo insieme aspetti teorici, culturali e storici con quelli prettamente “tecnici”, quali la colorimetria, la conoscenza degli strumenti di categorizzazione dei colori, di controllo visivo e riproduzione che, nell’ambito dell’industrial product design si sviluppa nell’analisi del CMF design, dove “c” sta per colore, “m” per materiale, “f” per finiture.

 

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