Superfici calde, pietre lavorate con texture differenti, legni dalle venature marcate, metalli patinati: i dettagli nei progetti di MMA Projects diventano elementi fondamentali, capaci di amplificare l’esperienza di spazi che parlano ai sensi.

Abbiamo incontrato Alessandro Vaghi di MMA Projects nello studio di Barlassina, in Brianza, tra modelli, materiali e campioni di finiture, per scoprire come nasce un progetto firmato da loro. Ogni creazione qui è il risultato di una ricerca attenta di forme e materiali, pensata non solo per l’estetica, ma soprattutto per la loro applicazione pratica, parte integrante della professione. Lo studio interpreta stili ed espressioni contemporanei creando un dialogo costante tra design, scenografia, architettura e tecnologia, sempre calibrato sul contesto e sulle esigenze specifiche del cliente. Il risultato sono spazi che funzionano, emozionano e raccontano una storia. La squadra di MMA Projects lavora con un approccio visivo ed estetico molto raffinato, ma senza mai perdere di vista la praticità e la precisione: ogni dettaglio è curato come in un abito sartoriale, in una continua ricerca dell’eccellenza.
Siete uno studio internazionale, operate principalmente in Italia e nell’area dei Paesi del Golfo, ma anche in Cina. Progettando in aree così differenti per ambiente, cultura, aspettative, qual è il vostro approccio ai progetti?
Il nostro approccio parte sempre dalla materia. Non pensiamo mai a un edificio o a un interno come a un contenitore neutro: ci chiediamo subito come i materiali possano essere trattati, lavorati, trasformati. È la nostra “croce e delizia”: cerchiamo la personalizzazione estrema, un approccio quasi artigianale, che richiede ricerca e attenzione a ogni dettaglio. Ma è quello che rende un progetto unico.
È un’attitudine che nasce dalla vostra storia?
Sì, direi di sì. Le nostre radici sono italiane, in territori dove la cultura del fare è parte della vita quotidiana. Abbiamo sempre respirato la manualità, il gusto per la soluzione su misura, il dialogo tra progetto e artigianato. Questo DNA ci accompagna anche quando lavoriamo all’estero: dall’Arabia Saudita a Dubai, dalla Cina all’Europa, ovunque ci riconoscono questa capacità di rendere un materiale vivo, non standardizzato.
Mi racconta un esempio?
Penso subito a un progetto a Dubai. Avevamo ereditato un edificio già avviato da uno studio locale: un parallelepipedo senza carattere, quasi un supermercato. Non potevamo demolirlo, ma potevamo trasformarlo. E lì la materia è diventata la chiave. L’abbiamo rivestito in limbra, una pietra bianca molto chiara, e per spezzare la monotonia abbiamo creato una fascia intermedia lavorata a waterjet con un motivo ispirato alla paglia di Vienna. Quel dettaglio tattile, accostato al resto della superficie semplicemente sabbiata, ha cambiato completamente l’immagine dell’edificio. È diventato un basamento prezioso, come nei palazzi antichi: la parte a misura d’uomo che merita uno sguardo e un tocco.
Quindi le finiture sono il cuore del progetto.
Esatto. Anche lo stesso marmo può avere più vite: lucidato, sabbiato, inciso. Ogni ambiente ha bisogno della sua interpretazione. Per noi la materia non è mai solo “ciò che è”, ma “ciò che diventa”.
Immagino servano fornitori speciali per lavorare così.
Assolutamente. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare, sul nostro percorso lavorativo, un marmista libanese proprietario di Petraviva a Dubai. Con lui abbiamo dato vita ad una collaborazione partendo dallo studio dell’immagine coordinata aziendale, per poi proseguire alla realizzazione di lavori straordinari. È una realtà che oggi lavora migliaia di metri quadrati di pietra, tra cui alcune di pregio, prediligendo la qualità italiana, come l’Arabescato Orobico proveniente dalle Alpi Orobiche, il Travertino toscano o il Bianco di Carrara e poi rifinite sul posto con tecniche sofisticate. Penso al lavoro con il collettore ottico che legge le venature e crea disegni arabescati che valorizzano la materia naturale: un livello di dettaglio che altrove non è scontato. Questa alleanza ci permette di mantenere la qualità italiana, evitando però le complicazioni legate al trasporto.
E per gli interni avete la stessa attenzione?
Sempre. Disegniamo noi cabine armadio, boiserie, spogliatoi, finiture di porte e arredi. Alcuni pezzi vengono prodotti in Italia, altri direttamente negli Emirati, ma seguendo i nostri disegni. Un esempio? Una porta monumentale di dieci metri e mezzo fornita da Oikos Venezia. Siamo intervenuti sulla personalizzazione delle ferramenta in maniera che dialogasse con il resto delle finiture della villa. È diventata un unicum.
Collaborate anche con noti brand del design per definire spazi personalizzati?
Esatto. Anche un arredo può essere reinterpretato. Affianchiamo ai prodotti di brand del lusso alcuni pezzi unici da noi progettati e interpretati – dalla pergola alla cucina esterna, fino agli apparecchi di illuminazione a chandelier in madreperla – disegnati su misura da noi per quello specifico ambiente. Lavoriamo con la luce, con le superfici, con le texture, perché alla fine l’esperienza di un luogo è fatta di sensazioni: ciò che vedi, ma anche ciò che tocchi.
Questo vale anche per i vostri hotel?
Certamente. Negli hotel, che siano resort o strutture cittadine, la sfida è ancora più grande. Il nostro intervento è trovare un equilibrio tra identità del marchio e personalizzazione degli spazi. Ogni hall, ogni lounge, ogni camera deve avere una finitura che racconti qualcosa. Ricordo un progetto a Dubai dove il guscio architettonico era già definito da uno studio internazionale, ma gli interni erano stati immaginati con soluzioni standard, quasi fredde. Noi abbiamo proposto un approccio diverso: superfici calde, pietre lavorate in più modi, legni con venature in evidenza, inserti metallici patinati. È stato lì che il cliente ha percepito la differenza: lo spazio prendeva vita, trasmetteva emozione.
Quindi la vostra firma si riconosce nei dettagli.
Esattamente. Che sia una villa o un hotel, per noi la qualità si misura nelle finiture. Non amiamo l’effetto “catalogo”, preferiamo la ricerca su misura. E questo ci viene riconosciuto: ci chiamano per le nostre idee progettuali, ma anche perché ci avvaliamo di fornitori e maestranze di altissimo livello che sanno come trattare i materiali. Alla fine, è questa cultura del sapere fare, il classico made in Italy che ci distingue e che rende i nostri progetti unici.
Mentre in Cina, come avete vissuto il vostro approccio alla personalizzazione?
L’approccio è stato più complesso perché la gestione cinese del progetto, segue standard più rigidi. Nonostante ciò siamo riusciti a comunicare quanto sia importante creare ambienti unici, con l’uso di materiali particolari e mirati. Con il tempo si è creato un rapporto di fiducia, basato sul rispetto della loro tradizione culturale non stravolgendola ma implementandola ed integrandola con la nostra visione.
Nei progetti di hotel, quindi, la personalizzazione resta centrale anche quando ci sono brand con standard precisi?
Assolutamente sì. Ovviamente bisogna mediare: alcune catene alberghiere hanno standard molto rigidi, mentre i clienti privati preferiscono un gusto più personale. Ad esempio, certi brand come Merriott impongono regole molto limitative dai quattro stelle in su, ma brand come Ritz-Carlton a Dubai hanno approcci completamente diversi. Il nostro compito è sempre trovare il punto di equilibrio tra le esigenze del brand e il desiderio del cliente.
Quindi ci sono requisiti da rispettare, ma potete comunque fare delle prove sui materiali?
Sì, quasi tutto viene campionato internamente prima di prendere decisioni definitive. Per esempio, per una facciata di pietra abbiamo testato orientamenti diversi – diagonale, verticale, orizzontale – perché l’ombra e la luce del sole cambiano completamente l’effetto visivo. A volte giravamo le lastre di 90° o 180° solo per capire quale superficie funzionasse meglio. È un lavoro certosino, per ottenere l’aspetto e la rugosità perfetti.
E queste prove poi le riutilizzate?
Molte prove fanno parte del nostro archivio, alcune sono usurate o troppo specifiche per un progetto. Le varie finitura possono essere testate su svariati materiali per verificare nuovi abbinamenti, nuovi riflessi di luce, etc. Sono piccoli esperimenti che ci aiutano a comprendere il comportamento dei materiali in diverse condizioni.
Parlando di condizioni, il clima dei vostri progetti influisce sulle scelte dei materiali?
Sì, eccome. Nei progetti in zone desertiche o in prossimità dell’acqua dobbiamo considerare resistenza e durabilità. Ad esempio, il lato verso il deserto richiede materiali capaci di sopportare sabbia e vento, mentre il lato verso l’acqua necessita di protezione contro umidità e corrosione. Soprattutto per i metalli e le finiture, seguiamo trattamenti specifici per garantire che l’effetto estetico duri nel tempo.