AI_phagocytosis (2025) è un’installazione interattiva di Andrea Meregalli, curata da Vittoria Mascellaro, ospitata nel “giardino dei pensieri di Laura” all’interno di Geico, principale azienda di ingegneria di impianti di verniciatura della scocca auto. L’opera invita il pubblico a esplorare la relazione tra intelligenza artificiale e creatività umana, ponendo interrogativi sull’autorialità nell’era dell’algoritmo. In un contesto in cui la produzione artistica si alimenta di dati e contributi collettivi, l’opera si configura come un’esperienza immersiva che rende visibili le tensioni tra umano e non-umano, tra intenzione e automatismo. Il progetto propone un nuovo paradigma relazionale, in cui l’autore diventa una figura ibrida, e l’interazione con il dispositivo apre uno spazio di riflessione critica sulla natura stessa del processo creativo.

Nel giardino dei pensieri di Laura, un’oasi all’interno di Geico, si erge phagocytosis m_AI_croscope (2025), un’installazione interattiva che fonde tecnologia, estetica e partecipazione per interrogare la relazione tra intelligenza artificiale e umano.
Il progetto, ideato da Andrea Meregalli e curato da Vittoria Mascellaro, si articola come esperienza immersiva che invita il pubblico a confrontarsi con un paradosso sempre più attuale: qual è oggi il fulcro essenziale di ogni processo creativo?
Nasce così l’urgenza di questo intervento: indagare come stia mutando il rapporto tra essere umano e intelligenza artificiale nel contesto della produzione artistica. Nell’epoca dell’algoritmo, la figura dell’autore si sgretola nella molteplicità dei contributi, nei dataset anonimi, nei modelli generativi che apprendono, rielaborano, trasformano. È ancora possibile parlare di autorialità come gesto individuale? Oppure siamo davanti a un paradigma relazionale, in cui umano e non-umano si co-autorigenerano? È possibile parlare di autore ibrido?
Il progetto si propone allora come un terreno esperienziale per rendere visibile il processo stesso, per farne percepire la complessità, l’ambiguità, ma anche la possibilità di una nuova forma di consapevolezza. Attraverso l’interazione con il dispositivo, il pubblico entra in una zona liminale in cui può toccare con mano i confini tra sé e l’altro, tra intenzione e automatismo, tra controllo e delega. È in questo spazio interstiziale che si mette alla prova la nostra capacità di comprenderci come esseri creativi.
L’installazione phagocytosis m_AI_croscope affonda le sue radici nella sperimentazione avviata da Meregalli con collective PSYCHE (Villa Contemporanea, 2024), una mostra-performance che vedeva il coinvolgimento attivo del pubblico nella generazione di immagini a partire dalla combinazione di versi poetici e visualità sintetiche. In dialogo con il poeta Dome Bulfaro, l’artista ha esplorato per la prima volta la dimensione relazionale e collettiva dell’immaginazione algoritmica, trasformando l’interazione tra parola e immagine in un dispositivo di co-creazione.
Se in collective PSYCHE il focus era sull’intreccio tra linguaggio poetico e generazione visiva, con phagocytosis m_AI_croscope l’indagine si approfondisce, spostando l’attenzione sul corpo, sulla presenza e sull’identità del visitatore. L’immagine generata non è più solo frutto di una selezione poetica e visiva, ma nasce da una vera e propria ibridazione tra il corpo umano e immagine autoriale, in un gesto che interroga radicalmente l’idea stessa di creatività e soggettività.
Alta 2,77 metri, la struttura si presenta con un’architettura minimale in legno, completamente rivestita da un materiale specchiante che rifrange e frammenta il paesaggio. In un’epoca che ci vede costantemente ripresi, autofotografati in un selfie continuo, lo spettatore, riflesso e moltiplicato, si ritrova disorientato e partecipe, in un cortocircuito percettivo che rende visibile il modo in cui la tecnologia altera la realtà. Ma lo specchio, in questo contesto, non è solo superficie: è soglia. Involucro e insieme dispositivo concettuale, esso convoca lo spettatore in un confronto intimo con la propria immagine e con il proprio ruolo all’interno di un ecosistema tecnologico sempre più autonomo.
All’interno della struttura, il punto focale è una webcam collocata sul soffitto, che implica un cambio paradigmatico posturale: lo sguardo deve rivolgersi verso l’alto, staccandosi dalla propria immagine riflessa nelle pareti. La pressione del pedale al centro dello spazio attiva il processo: una fotografia del visitatore viene scattata e, grazie al sistema di elaborazione basato su Stable Diffusion, immediatamente “fagocitata” dall’intelligenza artificiale che la mescola con un’immagine predefinita dell’artista. Il risultato è una nuova immagine, unica e irripetibile, che viene stampata e donata al partecipante. Si tratta di un nuovo patto tra arte e pubblico. Ogni partecipante lascia una traccia, ma al tempo stesso ne riceve una trasformata, rielaborata, ibridata.
In questo processo, il pubblico diventa co-autore, testimone e artefice, contribuendo alla costruzione di un archivio che è al tempo stesso personale e collettivo; una presenza attiva in un sistema generativo che si autoalimenta. Questo spostamento del focus dalla figura autoriale al gesto relazionale è uno degli snodi critici della rivoluzione algoritmica che l’installazione mette in scena.
Il titolo stesso dell’installazione, phagocytosis m_AI_croscope, richiama il processo biologico con cui una cellula ingloba particelle esterne. Una metafora potente della relazione tra IA e input umani, dove l’interazione diventa assimilazione, elaborazione e trasformazione. Il pubblico viene così “fagocitato” non solo visivamente, ma simbolicamente, all’interno di una riflessione sul nostro rapporto con il digitale: coesistenza o conflitto?
A completare l’esperienza, una mostra fotografica accompagna l’installazione, articolandosi in due sezioni. Nella prima, viene esposta una serie di fotografie scattate all’interno del complesso del Pardis Innovation Center da Meregalli, che – grazie all’uso di obiettivi distorsivi – alterano la percezione degli spazi, giocando con la soglia tra visione e disorientamento. Nella seconda area, troviamo invece una selezione di immagini elaborate, successivamente inserite nel dataset utilizzato dall’installazione. Organizzate in formato mosaico, esse offrono uno sguardo d’insieme sull’archivio generativo da cui emergono le immagini partecipative, in un continuo scambio tra memoria e produzione.
La ripetizione ossessiva delle immagini, simili ma non identiche, non si limita a un’analisi di una porzione di spazio di Geico, ma apre a una riflessione più ampia sulla percezione visiva nell’era della “riproducibilità tecnica” e sulla centralità dell’uomo nel suo rapporto con la tecnologia. Ogni frame sfida l’idea di unicità e autenticità, suggerendo che la realtà, nel suo essere frammentata e moltiplicata, non è mai neutrale, ma costantemente plasmata dallo sguardo umano. L’obiettivo distorce e trasforma, svelando una tensione tra il desiderio di controllo e l’impossibilità di restituire una visione oggettiva. L’uomo, con i suoi strumenti tecnologici, non si limita a osservare: modella, altera, crea una realtà, evidenziando il potere e i limiti della mediazione tecnologica.
Ecco che il mosaico visivo diventa una metafora della condizione contemporanea, dove la moltiplicazione dei punti di vista, anziché avvicinare a una comprensione unitaria, amplifica il senso di frammentazione, lasciando l’osservatore sospeso in una dimensione fluida, surreale, ma pur sempre umana.
L’intero allestimento si muove all’interno di un’estetica phygital, in cui reale e virtuale si contaminano fino a divenire indistinguibili. Ma cosa significa davvero “phygital”? In questo contesto, non è solo una fusione tra fisico e digitale, bensì un linguaggio che rispecchia la complessità della nostra esperienza contemporanea. I confini tra spazio espositivo e spazio dati si sfaldano, e il pubblico entra in una dimensione ibrida in cui il contatto con la materia convive con la leggerezza e l’impermanenza dell’immagine. La luce led quasi accecante e il riflesso specchiante: ogni elemento dialoga con la doppia natura dell’opera, restituendo un ambiente che è al tempo stesso concreto e sfuggente. L’installazione, in questo senso, si comporta come una soglia percettiva, in grado di mettere in crisi la distinzione tra ciò che è esperibile e ciò che è computato. È in questa interzona che si costruisce un’estetica della contemporaneità che non è mai solo visiva, ma profondamente situata e interattiva.
Sostenibilità e responsabilità sono elementi fondativi del progetto: la struttura in legno è progettata per essere interamente disassemblabile e riciclabile, a conferma di una pratica artistica consapevole e attenta alle sue implicazioni ambientali.
Una volta realizzata la struttura specchiante e azionato il dispositivo, è emersa una scoperta inattesa quanto simbolicamente potente: la curvatura delle superfici riflettenti e la luce LED riflessa generavano una moltiplicazione caotica della figura umana, distorcendola al punto da renderla quasi irriconoscibile. Le immagini scattate dalla webcam zenitale catturavano una forma umana smarginata, scontornata, deformata. Nel successivo processo di blending con Stable Diffusion, accadeva qualcosa di ancora più radicale: la figura, probabilmente non più riconoscibile come “umana” dal modello, veniva letteralmente vaporizzata. L’IA, di fronte a una morfologia così alterata, ne decretava l’assenza.
È qui che il paradosso si manifesta con maggiore intensità: un’installazione nata per riflettere sulla centralità della figura umana finisce per farla scomparire. La macchina, non trovando i pattern canonici del corpo, elimina il soggetto. Ma non è forse questa la più estrema forma di specchio? L’umano, restituito dalla macchina solo se conforme alle sue aspettative. L’umano, dissolto se troppo irregolare.
AI phagocytosis è una lente – o forse uno specchio – attraverso cui riflettere sulle trasformazioni contemporanee della creatività, sull’autorialità, sulla nostra presenza nel mondo. In un’epoca in cui la tecnologia sembra dominare ogni sfera della vita, questo progetto ci ricorda che al centro di ogni processo – anche quello più automatizzato – c’è sempre l’essere umano, anche se non compare più.