Quando entra nella stanza sorride, Francesca Valan. Ciondola un po’ dirigendosi verso la cattedra dalla quale parlerà, mettendo subito le cose in chiaro: «Chi fa squillare il cellulare, porta la torta».

É un modo simpatico di introdursi, ma allo stesso tempo serio, che ben riassume il tono della lezione che terrà di lì a breve, in occasione della fiera COLORè, nella sala conferenze di Piacenza Expo.
Da una parte la leggerezza di chi per professione vive immersa nei colori, dall’altra il piglio puntuale di chi agisce in aderenza ai principi del progetto, e conosce il rigore e l’attenzione che richiedono per essere soddisfatti.

Basta seguire i ragionamenti che espone per capire come questi elementi, apparentemente in contrasto tra loro, siano in realtà uniti e inscindibili.

Con un’introduzione teorica fornisce gli strumenti utili ad orientarsi nel suo universo lavorativo, definendo i concetti di tinta, chiarezza e saturazione.
Segue un viaggio attraverso lo spazio e il tempo, dagli anni ’50 al 2020, in cui parla di ambienti, arredi e prodotti industriali, uniti dal filo comune della cromia. Si passa dalle tonalità pastello ai materiali naturali, dalla modularità degli elementi alla I-decade, quella degli anni 2000 in cui Apple ha preso il centro della scena, influenzando tutto l’immaginario delle tinte e delle finiture. Spiega: quella del colore è una dimensione ciclica, fatta di tendenze che vanno e vengono per poi ritornare ancora e ancora, in un flusso calcolabile con accuratezza statistica.

É quanto sostiene da anni, perorando una visione ecologica della propria professione.
Giura guerra ai finti materiali, che confondono e compromettono la riconoscibilità dei veri, oltre a causare enormi difficoltà in fase di smaltimento.

Poi continua, affermando come in un’ottica progettuale la funzione del colore non debba esaurirsi in un espediente puramente estetico, ma necessiti di essere vincolata ad un criterio di responsabilità, poiché il colore è la pelle del prodotto, il primo elemento che percepiamo e verso cui, se mal progettato, proviamo insofferenza.
E allora un frigorifero giallo, se davvero può colpirci al primo impatto, poi ci disturba, ci annoia, diventa una presenza troppo invadente all’interno del paesaggio domestico e ci spinge a cambiarlo, risucchiandoci nella più ovvia delle spirali consumistiche.
Ecco, dunque, la valenza etica del colore, che se opportunamente utilizzato può garantire stabilità, gradevolezza ed equilibrio nel tempo, armonizzandosi con ciò che lo circonda.

É nell’espressione di questi concetti che emerge la professionalità, il metodo, e poi il desiderio di lasciare un segno concreto nell’esperienza di chi ascolta.

Tira fuori dei grossi fogli su cui sono stampati cerchi e triangoli a griglie, e dei campioni di colore, forniti per l’occasione da una delle aziende con cui collabora:

«Adesso vi insegno a mappare i colori».

É un esercizio carino e di facile comprensione, che coinvolge i presenti invitandoli a identificare la aree cromatiche cui i campioni di colore appartengono.
C’è un metodo anche per questo, e il pubblico lo apprende divertendosi, al termine di un incontro caratterizzato dall’accessibilità dei suoi contenuti, perché semplice è stato il modo di comunicarli di una progettista che porta con sé ragionamenti intellettualmente elevati, ma al contempo utili a livello pratico.

Tutto ciò, in fondo, vuol dire far cultura: la cultura del colore.

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